La fantasia è qualcosa da prendere molto sul serio

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Dal lettino dello psicoanalista le parole si alzano al cielo, confondendosi tra di loro, in alcuni casi ripetendosi, altre volte sorprendendosi. Un analizzante, quando si corica le prime volte sul lettino, scopre in fretta che le sue parole dicono molto di più di quello che pensava di sapere, superando la conoscenza stessa delle cose. Dietro di lui, seduto alle sue spalle, l’analista in silenzio ascolta e attraverso i suoi interventi, le sue interpretazioni, permette a quel racconto di procedere, di reiniventarsi di continuo. In analisi non c’è differenza tra fantasia e realtà, esiste solo la parola dell’analizzante.

Nel 1907, Freud tenne una conferenza nella sede di una casa editrice dal titolo molto interessante: Il poeta e la fantasia. Su noi profani – inizia così Freud – ha sempre esercitato una straordinaria attenzione il problema di sapere donde quella personalità ben strana che è il poeta tragga la propria materia e come egli riesca con essa ad avvincerci, suscitando in noi commozioni di cui forse non ci saremmo mai creduti capaci. Freud si chiede da dove arrivi la fantasia e, in particolare, perché alcune persone riescano a costruire delle storie avvincenti e altri no?

Il poeta riesce a creare con molta serietà un mondo fatto di fantasia, nel quale investe grossi carichi affettivi e che riesce a distinguere nettamente dalla realtà. Questa stessa attività viene portata avanti dal bambino ed è per questo motivo che i poeti vengono spesso paragonati a dei bambini che non hanno smesso di giocare. Giocando il bambino si comporta come un poeta in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo. Potremmo dire che giocando il bambino dà forma alla propria realtà. Proprio per questo motivo il gioco è un atto importantissimo, il cui contrario non è la serietà, come spesso saremmo portati a pensare, ma la realtà. Il cucciolo d’uomo è infatti perfettamente in grado di gestire il rapporto tra il suo gioco e la realtà, e non vive in un ambiente immaginario. Il bambino, infatti,  appoggia volentieri gli oggetti e le situazioni da lui immaginati alle cose visibili e tangibili del mondo reale. Il gioco diventa pertanto il punto di incontro tra l’immaginazione e la realtà, l’atto singolare che permette di dare forma al mondo, sperimentandone i limiti e le regole. Giocando un bambino entra in relazione con ciò che lo circonda, ed è per questo che quando vediamo un bambino giocare restiamo sorpresi dalla sua serietà.

Crescendo un bambino smette di giocare e, diventato adolescente, passa a quelle che Freud chiama fantasticherie e che noi potremmo tradurre con fantasie ad occhi aperti. La differenza principale con il gioco del bambino sta nel fatto che in queste nuove fantasie manca un appoggio sul mondo reale: si costruiscono castelli per aria, si immaginano esperienze possibili, si fantastica sul futuro. Questa esperienza rimarrà anche nell’età adulta ma, crescendo, aumenterà la vergogna e il senso di pudore nei confronti delle proprie fantasie. Un adulto sa che da lui non ci si attende più che giochi o fantastichi ma che agisca nel mondo reale.

Ma è proprio così? Adolescenti e adulti possono davvero rinunciare al piacere della fantasia per  occuparsi delle cose reali? Ovviamente no, la fantasia resta viva in tutte le persone solo che non tutti riescono a metterla in forma come invece fanno i poeti.

La fantasia è qualcosa da prendere molto sul serio. Attraverso la fantasia le persone si relazionano all’altro, danno significato alle loro azioni, leggono la realtà che li circonda. Le stesse fantasie, però, possono diventare anche scomode quando nel popolare la vita psichica di una persona non gli permettono di incontrare la realtà. In questi casi la fantasia si trasforma in una sorta di gabbia, un luogo da cui non è possibile uscire perché farlo significherebbe scontrarsi con la realtà. Prendiamo ad esempio il caso dell’adolescente che ha la fantasia di essere il migliore di tutti e che, per poter continuare a tenere in vita questa fantasia senza la quale si sentirebbe perduto, è obbligato ad evitare l’incontro con l’altro. Oppure, prendendo spunto dall’abuso della pornografia di questi nostri tempi, pensiamo a quei ragazzi, ma anche agli adulti, che hanno della fantasie sessuali talmente strutturate da non riuscire a mettersi in gioco realmente con un’altra persona perché nessun atto sessuale potrà mai soddisfare quella fantasia che si ha in mente. La fantasia, di cui abbiamo certamente bisogno per relazionarci all’altro, può così arrivare a costituire una sorta di bolla che non ci permette l’incontro con la realtà.

Internet, per alcuni versi, sembra aver dato carne alle fantasie. Non più un mondo immaginario ma concreto, vivo e davanti ai propri occhi. Riprendiamo il caso del ragazzo a cui si è fatto riferimento prima. Attraverso la rete, i giochi, i social media potrà continuare a tenere in vita la fantasia di essere il migliore di tutti senza dover rinunciare a questa idea. Nello stesso tempo la concretezza di internet gli consente di non avere la sensazione di stare vivendo in luogo astratto, gli permette di illudersi che la vita che sta portando avanti sia reale come quella di tutti gli altri, anche se nella realtà si trova magari chiuso all’interno della propria abitazione da anni (è questo il caso di molti ragazzi che fanno hikikomori).

Oppure prendiamo il discorso che abbiamo appena accennato sulla pornografia. Molti adolescenti, a dire il vero già alcuni bambini, hanno il primo incontro con la sessualità attraverso dei contenuti pornografici a cui hanno accesso tramite il loro telefono. Tutto questo, come mette in luce un’indagine portata avanti all’interno di Steve Project, porta ad avere una conoscenza di tecniche sessuali di diversa natura che spesso i ragazzi si aspettano di mettere in atto. Alcune di queste tecniche, tra l’altro, sono pure molto pericolose. Tutto questo porta però a perdere completamente di vista la persona che si ha di fronte o, come succede in alcuni casi, ad avere difficoltà ad incontrarla perché si è spaventati da queste fantasie. Il problema non è la pornografia in sé, per quanto un ragionamento in questo senso andrebbe certamente fatto, ma il fatto che i ragazzi stiano perdendo la fantasia, il proprio modo unico e irripetibile di immaginarsi l’incontro sessuale, perché troppo pieni di immagini pornografiche. Ancora una volta vediamo come la fantasia permetta in un certo senso di godere di se stessa in assenza dell’altro.

Internet, potremmo dirla così, offre la possibilità, fortemente illusoria, di pensare che l’incontro con l’altro possa essere evitato, che ciascuno possa vivere e godere delle proprie fantasie senza doverci rinunciare. Lo psicoanalista Mario Giorgetti Fumel, all’interno di un volume dal titolo Relazioni Virtuali, presenta la questione con queste parole:

Questa rinuncia sembra oggi essere insopportabile, forse addirittura inutile ed impensata dal momento che i nuovi mezzi di comunicazione ci consentono, in maniera onestamente illusoria, di incontrare l’altro senza deviare il tragitto dei nostri interessi, dei nostri godimenti, delle nostre sempre più egoistiche vite. Ecco allora che le moltiplicazioni dei contatti, che telefoni cellulari e internet in primo luogo offrono, estesa ed amplificata dalla compartecipazione sensoriale consentita dalle nuove tecnologie – è possibile infatti scriversi, sentirsi, vedersi anche contemporaneamente – funziona come misura illusoriamente compensativa della distanza fisica, della presenza reale che si fa via via sempre più non necessaria e assente1.

La psicoanalisi ci insegna che tutto ciò che ci è consentito dire sulla psicopatologia può essere fatto après coup, ovvero a posteriori. Ritengo che questa sia una puntualizzazione necessaria, in quanto non si tratta di dare la colpa dei vari problemi che affliggono l’umanità a Google, Facebook o YouPorn. Nessuno può sostenere che l’alto numero di disturbi sessuali presenti negli adolescenti sia dovuto ad un eccesso di pornografia o se i ragazzi che fanno hikikomori abbiano iniziato la loro reclusione a partire dall’utilizzo dei videogame. Però, quando si ascolta un ragazzo recluso all’interno della propria abitazione, si può sentire che ad un certo punto della sua esistenza ha trovato in internet, attraverso le sue varie sfaccettature, un modo per rifugiarsi dalla realtà e non dover rinunciare a quelle fantasie così importanti per la propria vita. Non possiamo però sapere che cosa ne sarebbe stato di quelle fantasie non ci fosse stato internet. In alcuni casi la sensazione è che il web consenta una sorta di mediazione proprio a partire da quell’illusione di cui si parlava poco sopra. Forse, potremmo dirla così, internet ha consentito alle fantasie di rientrare dalla finestra dopo che la realtà le aveva fatte uscire dalla porta. Quando ci si muove online si ha infatti la sensazione essere più liberi, di poter fare e dire quello che normalmente dovrebbe rimanere nascosto lasciandosi guidare solo dalla fantasia. Il problema, se vogliamo, è che la fantasia è qualcosa da prendere molto sul serio e ha delle conseguenze sulla vita di tutti noi.


[1] Giorgetti Fumel, M. (2010), Legami virtuali, internet: dipendenza o soluzione, edizione Di Girolamo, pag 24.


Scritto da Alberto Rossetti | @AlbeRossetti
L’immagine di copertina s’intitola Conversación / Conversation e non è stata modificata. Licenza CC BY-NC 2.0.

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